
Scherzando — ma neanche troppo — dico spesso che se mi pagassero per studiare le lingue sarebbe il lavoro più bello del mondo. In fondo, Se ho studiato lingue e filologia è anche per un profondo desiderio di conoscere tutte le forme di comunicazione e di linguaggio.
Scrivere, già di per sé, è un atto di traduzione. Imbrigliamo nei segni e nelle parole della nostra lingua madre le emozioni e le informazioni che vogliamo fissare. Ogni frase è un compromesso, un tentativo di dare un corpo a qualcosa che non ce l’ha. È traduzione anche quando trasferiamo un contenuto da un medium a un altro: dal libro al film (o viceversa), dal gioco al libro, dal libro al fumetto.
Poi c’è la traduzione linguistica vera e propria. Si dà per scontato che alla parola A corrisponda la parola B, e che ogni concetto abbia il suo corrispettivo fonetico in ogni lingua, ma non è così: una delle prime regole che si imparano è che non si traduce mai letteralmente. Ma tradurre allora cos’è?
Tradurre, dal latino “portare, trasferire oltre”.
Per me tradurre è attraversare un ponte e portare un messaggio dall’altra parte. Integro ma con una veste accessibile a un nuovo pubblico, con un profondo rispetto per i dettagli, o sarebbe come un dipinto impressionista derubato delle sfumature.
Ogni traduzione è un’interpretazione (Umberto Eco)
Ecco, partirei da qui, così evitiamo di girarci attorno. Cresciamo con l’idea che ogni concetto abbia il suo equivalente perfetto in ogni lingua, in un rapporto di 1:1. Che basti un dizionario per capire. E invece no. Una lingua comprende la storia di un popolo, la sua geografia, i miti fondativi, l’evoluzione del suo senso estetico, i traumi collettivi. Tradurre necessita la comprensione di tutto questo, e non la banale sostituzione di un termine con un altro. È qui che mi accorgo quanto spesso, anche in modo inconsapevole, corriamo il rischio di sentirci al centro del mondo mettendo gli altri in periferia. Altri, per i quali la periferia siamo noi.
Viaggiando verso Est
Da quando ho iniziato a studiare cinese e giapponese mi si è aperto un mondo. Mi ha aiutata a capire quanto la forma di una lingua possa modellare il pensiero.
Lo stesso sistema di scrittura influenza il modo in cui visualizziamo e interpretiamo il mondo.
L’italiano è una lingua alfabetica, il cinese è una lingua ideografica (o meglio, logografica), ovvero che non comunica la pronuncia ma il concetto. Studi di psicologia cognitiva suggeriscono che i lettori di cinese attivano aree cerebrali leggermente diverse rispetto ai lettori di alfabeti fonetici: leggere un carattere richiede un’elaborazione più visual-spaziale. Questo non significa che chi parla cinese “pensa per immagini”, ma che la loro mente è abituata a legare un significato a una forma grafica in modo più diretto.
A un giapponese, basta scrivere il carattere corrispondente a samurai, 侍 (che, guarda un po’, non traduciamo) per delineare tutto ciò che questo termine racchiude, il che comprende in sé una serie di concetti quali “nobile guerriero”, “gentiluomo” ma anche obbedire, servire, osservare le regole, proteggere, avere un animo incorruttibile e un comportamento onorevole.
Una delle prime parole che si imparano in cinese è 你好 (nǐ hǎo) che si potrebbe paragonare (ma non del tutto) al nostro “ciao”. Solo che il nostro “ciao” viene dal veneziano s’ciavo, poi s’ciao (schiavo), un modo per dire “servo vostro, ai vostri ordini”, intendendo così il massimo ossequio, mentre nǐ hǎo è formato dal pronome “tu” e da hǎo, composto a sua volta dai radicali di ‘donna’ e ‘bambino’: per la cultura cinese antica, questa era l’immagine suprema della felicità, della positività e di ciò che è armonioso. Traducendolo (maldestramente) come “tu bene”, stiamo augurando all’altra persona di trovarsi in quello stato di armonia e benessere che quell’espressione evocava.
Un’altra parola che ho imparato da poco è 浪漫 (làngmàn), termine creato all’inizio del Novecento per tradurre “romantico” con un’espressione che ne imitasse sia il suono sia il significato (letteralmente indica qualcosa che “travolge come un’onda”). Ma prima del Novecento in Cina non erano romantici? Certo che sì. È solo che la parola e il concetto di “romantico” hanno un’origine europea, che passa dalle lingue romanze (nate dal latino volgare) al romanzo cavalleresco (con i suoi amori e le sue avventure fantastici), per poi evolversi nel movimento culturale (il Romanticismo) che esaltava il sentimento, il sublime e l’infinito, fino ad abbandonare la sfera filosofica per circoscriversi a quella affettiva, indicando ciò che è dolce e intimo nella coppia. Non esiste “romantico”, in cinese, in questo senso. Ma esistono infinite espressioni (bellissime!) per esprimere ognuna delle sfumature che esso contiene, a seconda che si voglia porre l’accento sulla passione, lo stile di vita poetico, la bellezza sensuale, la dolcezza.
Chi ha parlato di scarafaggi?
Leggiamo un romanzo tradotto e diamo per scontato che il lettore di un altro paese, o anche di un’altra epoca, lo percepisca, lo veda e lo viva come noi, ora.
Molte edizioni della Metamorfosi di Kafka raccontano la storia di un uomo che si sveglia trasformato in un gigantesco scarafaggio. Peccato che Kafka non abbia mai scritto che Gregor Samsa avesse l’aspetto di uno scarafaggio. “Non disegnate l’insetto in copertina”, scrisse Kafka al suo editore nel 1915. Non voleva che il lettore avesse un’immagine precisa, voleva che l’orrore avesse un aspetto indeterminato. Nella versione originale il protagonista è un “Ungeziefer”, termine che risale al tedesco antico e, per non fare il pippone linguistico che eccita solo i nerd come la sottoscritta, significa più o meno “animale non adatto al sacrificio”, ovvero impuro, immondo.
E da qui si capisce anche quanto sia importante il lavoro del traduttore (dando ovviamente per scontato che un traduttore NON umano non abbia questa sensibilità) il quale deve avere non sono le competenze ma la sensibilità culturale di rendere comprensibile e “visibile” un concetto anche dove questo, talvolta, non esiste. Deve letteralmente tradurre un modo di vedere il mondo.
Traduzioni che dividono, traduzioni che uniscono
Nulla di grave se si parla di romanzi e coleotteri… ma se si tratta di testi sacri il sentiero può diventare a dir poco accidentato. La traduzione della Bibbia in tedesco realizzata da Martin Lutero nel 1522 ha segnato la storia: ha accelerato la Riforma protestante, ha unificato e modellato la lingua tedesca moderna e ha introdotto nuove scelte interpretative. Ma anche al di fuori della Riforma, la storia delle traduzioni bibliche mostra quanto una singola scelta linguistica possa generare visioni teologiche differenti, come nel caso della Traduzione del Nuovo Mondo dei Testimoni di Geova, redatta negli Stati Uniti a metà del secolo scorso. Le stesse parole, tradotte in modi diversi, possono essere origine di identità religiose diverse.
La parola “anima” ha la stessa radice indoeuropea della parola sanscrita “ātman” e significa respirare, soffiare, ma l’idea che evocano si è evoluta in modo diverso nella mente dei popoli intrisi di cultura cristiana rispetto a chi è cresciuto nella terra dell’induismo.
E visto che siamo in tema di lingue antiche, desidero spendere una parola per il greco, per tanti una lingua del passato, inutile, superata (come, del resto, il latino), che non serve a “preparare i ragazzi al mondo del lavoro” (e così lo slogan ce l’abbiamo messo). Eppure, nel videogame della comprensione delle cose, il greco è come quelle chiavi che ti sbloccano l’accesso al livello superiore. Quasi il 70% della terminologia specialistica mondiale deriva dal greco antico e molte delle parole che usiamo quotidianamente, senza saperne l’origine, sono di origine greca. Confesso che vorrei che il suo studio suscitasse più entusiasmo (che viene da enthousiasmós, “avere un dio dentro”, essere posseduti da un’ispirazione divina).
È nato prima l’uovo o la gallina?
Mi sono chiesta… non è che la lingua e la sua struttura possono, almeno in parte, influenzare il modo in cui percepiamo la realtà? È quello che sostiene la teoria della relatività linguistica di Sapir-Whorf secondo la quale la lingua che usiamo non è solamente un inerte veicolo di comunicazione, ma il magma stesso nel quale si forgiano i pensieri. Questa (ormai più che) teoria è alla base del racconto di Ted Chiang, Storie della tua vita, da cui è tratto Arrival, film meraviglioso di Denis Villeneuve.
Il linguaggio è lo strumento attraverso il quale elaboriamo i nostri pensieri, ci relazioniamo col mondo, ci raccontiamo. E al contempo plasma il nostro modo di vivere la realtà. Mi piace quindi l’idea di prendermene cura, di allenarlo, di coltivarlo; di usarlo per guardarmi allo specchio e per cambiare prospettiva, attraverso non solo gli occhi ma anche lingue, parole e strutture grammaticali diverse.
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Ecco perché, per me, le parole più belle sono quelle intraducibili: quelle che diventano svarioni colossali su Google Translator, quelle che possono aiutarmi a comprendere davvero una cultura, e quindi le persone. Una App ce ne potrà dare, se va bene, solo un simulacro di traduzione, qualcosa di approssimativo e superficiale, ma se si vuole comprenderne il vero significato bisogna aver il tempo di ascoltarne la storia. Quindi ogni tanto, almeno metaforicamente, sediamoci per terra, incrociamo le gambe, e ascoltiamo.
(E. B.)

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