
La Città Murata di Kowloon
Definita spesso come un’anomalia architettonica, la Città Murata di Kowloon era un fazzoletto di terra a Hong Kong dove 33.000 persone vivevano incastrate in un labirinto di vicoli larghi anche meno di un metro. Era un groviglio di corridoi bui e umidi, attraversati da cavi e tubi che perdevano acqua, abitazioni accatastate le une sulle altre e condizioni igieniche terribili. Aveva fama di enclave criminale e violenta, dove circolava l’oppio, operavano le triadi e proliferavano i bordelli.
Oggi Kowloon non esiste più: è stata demolita nel 1993 e al suo posto c’è un parco dove si può passeggiare tra alberi di frangipane, pini e bambù, ammirare il giardino dello Zodiaco e i resti della porta Sud. Ma la fama della città murata era già entrata nel mito prima ancora di scomparire dalla superficie terrestre.
Quando, a partire dal 1986, i fotografi Greg Girard e Ian Lambot hanno iniziato a documentare la città attraverso fotografie e interviste, hanno scoperto una realtà che, come sempre accade, era decisamente più complessa: famiglie, botteghe, medici non autorizzati, templi, bambini che giocano sui tetti (l’unico posto dove si vedeva il sole), anziani che si ritrovano per una partita a Majong, e una sorprendente capacità degli abitanti di creare ordine e vita quotidiana in un ambiente caotico e claustrofobico.

Nei minuscoli appartamenti si producevano grandi quantità di spaghetti di riso i (noodles), polpette di pesce e componenti di plastica per le bambole che venivano poi vendute in tutta Hong Kong. I vicini si scambiavano il cibo e si prendevano cura dei figli di chi lavorava nelle piccole fabbriche dei piani inferiori.
La città murata, dove i prezzi erano bassissimi e la polizia non entrava, era piena di dentisti che, fuggiti dalla Cina continentale e privi di licenza britannica, aprivano minuscoli studi che potevano permettersi anche i più poveri. Il buio era tale che gli abitanti si erano abituati a vivere con la luce elettrica accesa 24 ore su 24 e a camminare sotto tubature che perdevano costantemente acqua, usando ombrelli o cappelli. Insomma, la vita era mix di sopravvivenza, criminalità e solidarietà.
Il libro di Greg Girard e Ian Lambot, City of Darkness, uscì in una prima edizione nel 1993 e successivamente in una nuova edizione col titolo di City of Darkness Revisited, quando ormai Kowloon non esisteva più e si era trasformata in un mito distopico-romantico, celebrato da architetti, studenti, creativi e persino nel cinema e nell’animazione. Basti pensare al futuro sporco e decadente di Blade Runner (mixato alle luci al neon di Shibuya) o ai quartieri labirintici di Batman Begins; e ancora alle metropoli cyberpunk di Ghost in the Shell: il regista Mamoru Oshii usò le fotografie della vera Kowloon come modello. Voleva catturare quel senso di “caos organizzato”, con cavi elettrici aggrovigliati, condizionatori gocciolanti e vicoli bui.
Un po’ come la Londra Sotto di Gaiman, in Nessundove, Kowloon non era solo una città ma un personaggio, una città che plasma i suoi abitanti, un organismo vivo, fatto di memorie, rifiuti e storie che non trovano spazio altrove. È una città fantasma, un labirinto che imprigiona ma protegge anche, un luogo liminale che sopravvive anche alla propria demolizione.
L’altra faccia di Kowloon
Oggi molti ex residenti ne rivendicano l’identità con orgoglio: perché Kowloon non era solo un’anomalia urbanistica, era una prova di quanto l’umanità sappia adattarsi e fiorire ovunque. Chi ci ha vissuto la ricorda spesso con una nostalgia struggente. La stessa nostalgia che percorre il manga (poi anche anime) di Jun Mayuzuki, Kowloon Generic Romance dove i protagonisti vivono in un luogo che, in realtà, è la copia di un ricordo di qualcosa che non esiste più. Kowloon è un posto che non tutti sono in grado di vedere, ma chi è in grado di farlo è legato da qualcosa che non può essere demolito, che non può scomparire.
In breve, mentre il mondo esterno la vedeva come un inferno, per molti residenti era un luogo dove si lavorava duramente, si giocava d’azzardo e si viveva in una simbiosi forzata ma solidale con i propri vicini. C’era una “straordinaria normalità” in un luogo che di “normale” non aveva niente.




E se fosse una Città Invisibile?
Anche se sono una tipa da cottage sulla scogliera o casetta nel bosco, sono sempre stata affascinata dalle città surreali e brulicanti di vita… e dalle Città Invisibili di Calvino. Forse è per questo che immagino Kowloon come la cinquantaseiesima città invisibile. Una città murata fantasma il cui ricordo è ancora potentissimo nell’immaginario collettivo. Se davvero fosse una città invisibile, potrebbe essere descritta così…
Ci sono due Kowloon: una è quella fatta di corridoi umidi e case accatastate come vecchie scatole, e l’altra è quella che sopravvive nella memoria, nella nostalgia e nell’orgoglio di chi ci ha vissuto.
Nella prima si sta pigiati come gli abiti stropicciati compressi in una vecchia valigia, le stanze si incastrano l’una nell’altra come pezzi imperfetti del tetris e i corridoi si smarriscono in se stessi, ignari di dove sbucheranno. I muri non ricordano più a quale stanza appartengono e gli abitanti sono in famiglia anche se entrano nella casa sbagliata. A Kowloon nessuno sa dove finisca una vita e cominci l’altra: le storie si intrecciano come fili elettrici e da ogni giunzione nasce una scintilla che potrebbe essere un ricordo o un sogno. Così la città cresce, non verso l’alto né verso il futuro, ma verso l’interno, custodendo un segreto che nessuno ricorda quale sia.
E poi c’è l’altra Kowloon: quella sotto gli alberi, che sopravvive nel ricordo e che lega le persone che sanno di averci vissuto, che cercano i suoi vicoli ogni volta che aprono l’ombrello o sentono il profumo degli spaghetti di riso. Quella che ricorda il formicolio che certi soldati sentono ancora alla gamba amputata. Quella Kowloon è il fantasma di una città che non esiste più, ma che ha ancora tutti i suoi abitanti.


Comunità e umanità
Lì dentro, comunità non era un concetto astratto, ma una necessità fisica. Si viveva uno sopra l’altro, si condivideva tutto. Era un ecosistema brutale ma denso di vita.
Non avrei mai voluto viverci, ma la sua storia mi ha fatto capire che, anche nelle condizioni più disumane, l’essere umano tesse legami e crea calore, e l’umanità è in grado di farsi strada come l’acqua quando scava nella roccia. La storia di Kowloon, o forse il suo mito, ricorda alle persone che oggi vivono sole, spesso smarrite nelle città, cosa saremmo in grado di costruire stando umanamente vicini e sostituendo la competizione con la solidarietà.
(E. B.)