
“Vedere i fiori nella nebbia” significa “non riuscire a vedere chiaramente cose o situazioni”.
Si tratta di un chengyu, un’espressione idiomatica cinese normalmente formata da quattro caratteri (ne esiste anche un corrispettivo giapponese, lo yojijukogo, 四字熟語) che, insieme, condensano significati e concetti complessi. Parabole o favole custodite in una manciata di logogrammi, cioè una scrittura non solo fonetica ma anche visiva. Per comprenderli è spesso necessario risalire a storie, leggende e testi classici. Li ho scoperti curiosando su questo delizioso blog (vedi riferimenti in fondo all’articolo).
L’origine di questo chengyu in particolare risale a una poesia di Du Fu, uno dei più grandi poeti cinesi, vissuto nell’VIII secolo, ricordato per la profonda sensibilità che traspare dalle sue opere, intrise di compassione, attenzione alla natura e alle sfumature delle emozioni umane. Nella poesia, scritta in età ormai avanzata, quando la vista lo stava abbandonando, Du Fu, dalla sua barca, ammira come può ciò che lo circonda, anche se, dentro di sé, avverte l’inquietudine causata dall’imminente declino del suo mondo. Questa immagine, questo istante fissato in quattro logogrammi, ha attraversato i secoli e le vite di molti, e sopravvive racchiuso in un chengyu, come la perla in un’ostrica. Una cosa mi ha colpita in modo particolare in questa poesia e nelle altre raccolte nel blog: una delicatezza tutta orientale nel descrivere le emozioni, che spesso ricorre a metafore naturali tanto antiche quanto esotiche al mio orecchio inesperto, impalpabili e morbide come pennellate sulla seta, dalla nobile semplicità… e profondamente vicine a noi.
Tradurre: cos’è davvero?
Ammetto che mi sono fatta trasportare dall’atmosfera fluttuante e delicata della poesia, consapevole della distanza linguistica che inevitabilmente mi separa da un’esperienza profonda di queste parole.
Scherzando (ma neanche troppo) dico spesso che, se mi pagassero per studiare le lingue, sarebbe il lavoro più bello del mondo. Se ho studiato lingue e filologia è anche per un profondo desiderio di conoscere tutte le forme di comunicazione e di linguaggio. Scrivere è già in sé un atto di traduzione: imbrigliamo nei segni e nelle parole della nostra lingua madre le emozioni e le informazioni che vogliamo fissare. È traduzione anche quando trasferiamo un contenuto da un medium a un altro: dal libro al film (o viceversa), dal fumetto al videogioco. Poi c’è la traduzione linguistica vera e propria. Si dà per scontato che alla parola A corrisponda la parola B e che ogni concetto abbia il suo corrispettivo fonetico in ogni lingua, ma non è così. Una delle prime regole che si imparano è che non si traduce mai letteralmente. Tradurre non è un’equazione ma un’esperienza. Traduzioni errate hanno portato a scismi religiosi, interpretazioni storiche sbagliate… o imbarazzanti gaffe da turista.
Ma tradurre allora cos’è? Tradurre, dal latino “portare, trasferire oltre”. Per me tradurre è attraversare un ponte e portare un messaggio dall’altra parte. Integro ma con una veste accessibile a un nuovo pubblico. Senza perdere per strada i dettagli, le emozioni, il “sentire”, o sarebbe come una palette piatta e senza sfumature. Le parole e le espressioni più belle, per me, sono quelle che ci vengono presentate come “intraducibili”, perché hanno una storia da raccontare.
La relatività linguistica
In base alla teoria della relatività linguistica di Sapir-Whorf, la struttura di una lingua influenza il modo in cui si percepisce la realtà. Il medium linguistico, quindi, non è solo un semplice e inerte veicolo di comunicazione, l’onda radio che trasmette pensieri già costituiti, ma il magma stesso nel quale questi nascono e prendono forma. Il linguaggio è lo strumento attraverso il quale elaboriamo razionalmente i nostri pensieri, ci relazioniamo col mondo, ci raccontiamo. Ma al contempo plasma il nostro modo di raccontarci e vivere la realtà. Ed è un organismo in continua evoluzione.
Forse la prima volta che ho avuto la consapevolezza di tutto questo è stato quando ho iniziato a studiare i kanji giapponesi. Non solo un alfabeto diverso ma anche un sistema di simboli che rappresentano un’idea (i logogrammi) la cui origine affonda, talvolta, in una storia o in concetti non familiari. “Orbitali” di significati che acquistano senso (e suono) in base a cosa hanno vicino. È stato un po’ come accorgersi di non avere, nel sangue, le tracce di quei significati antichi che, pertanto, non vengono evocati; corde che, per quanto ci si sforzi, non vibrano. E capisco che, per “entrare” davvero in una lingua e cominciare a “pensarla” non posso che cambiare il mio modo di pensare. Inizio a capire cosa possa essere accaduto nella mente della protagonista di Storie della tua vita, il racconto di Ted Chiang, magistralmente trasformato da Denis Villeneuve nel film Arrival.
Le parole sono perfette e imperfette. E mi chiedo quante volte, anche quando leggiamo, scriviamo, comunichiamo tra noi, non vediamo chiaramente, confondiamo significati profondi, sottotesti, non detti, espressioni, sfumature. Quante volte, inconsapevoli, vediamo i fiori nella nebbia.
(E.B.)
Ringrazio l’autore del blog 成语故事 Italiano per avermi fatto scoprire i chengyu, mostrato la bellezza della poesia cinese e aver dato i primi suggerimenti di lettura a un’appassionata neofita come me. Se vuoi avvicinarti con semplicità alla tradizione cinese attraverso modi di dire, delicate poesie, storie curiose, visita il suo blog: è davvero gradevole e curato, e invita alla lettura.
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