“All’origine di ogni mio racconto c’è un’immagine visuale”, scrive Calvino nelle Lezioni americane.
Dai fumetti alla scrittura
Le riflessioni di Calvino sulla scrittura e su come si sarebbe evoluta nel nostro millennio sorprendono ancora per la loro lungimiranza, e c’è qualcosa di incredibilmente attuale nella sua visione del legame tra parola scritta e arti visive. Qualcosa che, a cent’anni dalla nascita dell’autore, rende le sue opere, e le Città invisibili in particolare, così moderne, attraenti e adatte ai linguaggi espressivi di oggi.
Figlio di una primigenia “civiltà delle immagini” e di un’epoca in cui le illustrazioni colorate dei libri e dei settimanali per l’infanzia giocano un ruolo importante, Calvino racconta di avere imparato a leggere con un certo ritardo e di essere stato molto influenzato dalle figure del Corriere dei Piccoli. La capacità di immaginare storie e la passione per le arti visive per lui iniziano qui. Poi saranno il cinema (da poco sonoro), la fotografia e la pittura ad arricchire la sua educazione estetica e la sua complessa iconologia.
La scrittura come traduzione di un’immagine
Calvino sintetizza tutte le sue esperienze visuali in un concetto, l’icasticità, ovvero l’efficacia rappresentativa, che si scompone, come in un prisma, in quelli che identifica come i valori della scrittura del nuovo millennio: leggerezza, rapidità, esattezza, visibilità, molteplicità, consistency. Poi distilla tutto questo in un graphèin (che in greco, non a caso, significa indistintamente scrivere, disegnare o dipingere) stilizzato che distingue tutta la sua opera. La parola scritta deve mantenere, insomma, la potenza, la rapidità, lo stile dell’originaria visione ispiratrice. Si pensi al Castello dei destini incrociati: miniature, carte da gioco, tarocchi. Come fumetti ante-litteram, antichi storyboard, come l’arazzo di Bayeux e la colonna Traiana.
Fumetti, araldica: la stilizzazione, la bidimensionalità, la grafica infantile o vagamente rupestre, sono il fil rouge che unisce gli illustratori di Calvino, come Emanuele Luzzati, Sergio Tofano (il creatore del Signor Bonaventura), Maria Enrica Agostinelli, Federico Maggioni, Yan Nascimbene (con rimandi alle stampe giapponesi). La stessa componente si ritrova, diversamente declinata, nelle opere di Paul Klee e Picasso che spesso Calvino sceglie per le proprie copertine, o nelle illustrazioni di Saul Steinberg, cui dedicò due scritti.
L’araldica è nata per descrivere e individuare un casato in modo rapido e inequivocabile nel caos di una battaglia o di un torneo. In araldica gli scudi più belli sono i più semplici: la loro bellezza sta nel dire di più con meno. Figure, smalti, bande, simboli costituivano un codice che tutti sapevano leggere. Si pensi alla leggenda di Carlomagno nella versione raccontata da Barbey d’Aurevilly e l’incipit “Un giorno un re s’ammalò” della lezione sulla rapidità: l’interesse stilistico e strutturale di Calvino per il folk tale e il fairy tale è dovuto alla loro economia espressiva.
Nell’Origine degli uccelli (Ti con zero), Calvino spinge alle estreme conseguenze la sua ispirazione al mondo dei fumetti: l’espediente retorico è proprio la sceneggiatura di un cartoon. La voce narrante, quella di Qfwfq (un nome che, più che leggersi, si vede), racconta la storia attraverso le strisce; le didascalie commentano l’immagine, i dialoghi sono dentro una nuvoletta, il racconto si sviluppa attraverso espedienti grafici e alla fine la pagina è strappata dagli uccelli. L’aspetto materico della scrittura, qui come nella Forma dello spazio (Cosmicomiche) o in Quale storia laggiù attende la fine? (Se una notte d’inverno un viaggiatore) interagisce con i personaggi come nelle illustrazioni di Steinberg dove gigantesche lettere e pachidermici segni di interpunzione sovrastano le figure, ma finisce anche per inglobare lo scrittore stesso, come nelle Drawing hands di Escher o negli autoritratti-caricature di Steinberg.
Calvino non fa segreto delle opere o degli artisti che lo ispirano: i comic di Popeye, Lewis Carroll, la pittura surrealista incentrata sulle morfologie psicologiche di Antonio Matta e le incisioni ottocentesche di Grandville per le Cosmicomiche; le sculture filiformi di Fausto Melotti per le città sottili. Scrive molti saggi su diversi artisti tra cui Picasso, Paul Klee, Shusaku Arakawa, Valerio Adami, Domenico Gnoli, Donald Evans, Luigi Serafini, Leonardo Cremonini, Steinberg, Lucio del Pezzo, Fabio Borbottini, Giulio Paolini, Tullio Pericoli. Scrive non da critico ma da osservatore.
Le immagini come traduzione della scrittura
Sceglie sempre con molta cura le copertine e le illustrazioni dei suoi libri con Einaudi: le ventitré tavole di Sergio Tofano nell’edizione 1963 di Marcovaldo, quelle di Maria Enrica Agostinelli per l’edizione ridotta del Barone Rampante nel 1959, le splendide illustrazioni di Emanuele Luzzati per il Visconte Dimezzato nel 1975. A partire dagli anni Sessanta predilige Klee e Picasso e si orienta verso un’immagine sempre più stilizzata, sintetica, astratta.
Attraverso le opere che lo hanno ispirato si può, insomma, seguire il viaggio di Calvino nell’arte e vedere con i suoi occhi, un po’ come Marco Paolini immagina di vedere attraverso gli occhi di Marco Polo nel suo spettacolo Il Milione: «Sul muro nord della basilica di San Marco, nei bassorilievi, è la storia di Alessandro Magno. Marco Polo da bambino guardava il muro e sognava di essere Alessandro. Io guardo il muro e sogno di essere Marco che sognava di essere Alessandro.» E con Marco Polo e Il Milione, si arriva a Le città invisibili.
Le città invisibili
Calvino torna sul tema-simbolo della città in diverse occasioni. È catturato dalle città metafisiche di De Chirico: i portici alti e sghembi, le silhouettes che si smarriscono fra le forme architettoniche, la luce surreale, il tempo sospeso. Trova un’atmosfera simile nelle vedute fiorentine di Fabio Borbottini, dove il vuoto urbano è sostituito dal silenzio di figure tutto sommato piccole, quasi annegate nella materia compatta di muri, tetti, strade. Dedica un saggio a Lucio Del Pezzo, autore di sculture-casellario di forme elementari, una sorta di alfabeto geometrico, una tavola di Mendeleev delle forme che richiama la sua istanza ordinatrice. Alcune delle Città hanno qui la loro ispirazione.
Le Città invisibili continuano a stimolare l’immaginazione. Inevitabile. La città, simbolo complesso, “tensione tra razionalità geometrica e groviglio di esistenze umane” è un soggetto attuale.
La figura umana è quasi sempre invisibile, ma non assente: che la geometria governi una distribuzione ordinata di forme architettoniche o che prevalga il groviglio, è sotto i tetti, sottoterra o sulle palafitte che brulica l’umanità, mimetizzata, nascosta, ma fitta come le api di un alveare.
Città distopiche, utopiche, “pandemiche”, digitali. Come sono viste, oggi, le Città invisibili? Anche se diversissime e declinate con le tecniche e i linguaggi più disparati, trionfano i valori delle Lezioni americane e l’ispirazione primigenia dell’autore si trasferisce da un disegno all’altro, da un artista all’altro, in un passaparola illustrato. Ecco qualche esempio.
Pedro Cano riceve in regalo una copia delle Città Invisibili da Esther Calvino poco dopo la morte dello scrittore. Dall’osmosi tra la lettura del libro e gli schizzi di viaggio dell’artista italo-iberico nascono gli acquerelli che giungono in mostra in Italia solo nel 2005. La scelta dei colori è volta, più che a descrivere le città, a evocarne l’invisibilità. Gli acquerelli mostrano un dettaglio, un simbolo, un’atmosfera onirica che rimanda alla città come una sineddoche visiva: Despina è evocata da un bicchiere di sabbia e uno d’acqua; Armilla da un’impressione di tubature. Atmosfere galleggianti, prive di narrazione, immagini che si concludono in sé stesse. Ogni acquerello riporta l’iniziale del nome femminile della città: un omaggio alla passione di Calvino per i segni.
Gli studi architettonici di Colleen Corradi Brannigan, che illustrano Calvino nell’Atlante della Letteratura Italiana di Einaudi, si mescolano allo stile surrealista e generano immagini con una profondità che non è dei fumetti, ma nemmeno realistica, priva com’è di punti di fuga, dove il labirinto suscita smarrimento e la verticalità vertigine. L’artista ricorre a diverse tecniche: oli e acrilici, acquerelli, disegni, incisioni e sculture. Un mondo fiabesco di ponti, labirinti, tetti aguzzi, portici dechirichiani, ma anche figure geometriche, frattali, elicoidi.
Le visibili città invisibili. Un omaggio fiorentino a Italo Calvino è un’esperienza multidisciplinare e multisensoriale che si svolge tra il 2012 e il 2015 che unisce immagini, musica e installazioni. Le illustrazioni di Sara Vettori e Gabriele Genini sono ottenute con diverse tecniche incisorie calcografiche e xilografiche. Nei disegni, in bianco e nero, ci sono frecce, insegne, scacchiere, labirinti. Spesso sono presenti anche i personaggi, con un tratto fortemente fumettistico o da folk tale, a metà strada tra il rebus e l’allegoria. Le città si trasformano in carte, puzzle, scacchi, giochi dell’oca: elementi ludici che ricordano la struttura del libro e la passione di Calvino per la combinatoria.
#Invisibili è l’hashtag che nel 2013 coinvolge nove regioni italiane nella “riscrittura” delle Città attraverso il noto vincolo del tweet: centoquaranta caratteri. Le Lezioni americane sono citate come origine della riflessione sul rapporto tra letteratura e twitter e dalla “riscrittura” nasce la mostra Calvino e la Twitteratura: riscritture per immagini, dove gli illustratori Alessandro Armando, Francesca Ballarini e Elena Nuozzi, disegnano le città ispirandosi ai tweet. La materia calviniana si reinventa e si adatta al linguaggio del web restando fedele a sé stessa.
Seeing Calvino (titolo emblematico) nasce nel 2015 come un Tumblr poi diventa mostra alla Public Library di Cincinnati and Hamilton County. Tre artisti dell’Ohio, Leighton Connor, Matt Kish e Joe Kuth, tutti legati al mondo dei comic americani, creano immagini di studiata semplicità, paesaggi privi di prospettiva che richiamano le attività grafiche infantili e l’arte dei fumetti. Un’atmosfera innocente, la semplicità di uno schizzo, la geografia di una fiaba: illustrazioni che aggiornano le pitture rupestri e la folk art. Molti colori, primari e non diluiti: il colore traduce la metafisica metropolitana. Non è infrequente il cielo nero, che ricorda Felix the Cat, amato da Calvino; oppure il bianco, che fa sembrare le città sospese nel blank di Arakawa; o infine il grigio, il colore della nebbia, della città, del contrasto luce/buio di tante atmosfere calviniane, dalla Nuvola di smog alla Giornata di uno scrutatore, alla cosmicomica Senza colori. Figure geometriche, reticoli, spirali, pattern traducono visivamente i concetti chiave della simbologia calviniana: Tamara, fitta di insegne araldiche; Sofronia, una delle tante città doppie, mezza luna park, mezza città di pietra, marmo e cemento; Fedora, con le Fedore possibili nelle sfere di vetro.
Nelle opere di Karina Puente, autrice della collezione pubblicata nel 2016 e 2017 su ArchDaily, si scorge l’occhio dell’architetto. Le città sono disegnate principalmente con inchiostro su carta: bicolori, con importanti intrusioni color bronzo (un po’ primitivo, un po’ industrial); bidimensionali, rupestri e underground, con qualche reminiscenza retrogaming.
Ancora: Maria Monsonet e Shu Okada previlegiano la visione innocente, colorata, fiabesca, da libro per l’infanzia; anche Eva Pils, ma declinata in modo più onirico e visionario. David Fleck enfatizza l’aspetto esotico, stilizzato, da miniatura medievale, mentre Ricardo Bonacho trasforma le città in geroglifici, rebus e mappe del tesoro, antiche e misteriose quanto il viaggio di Marco Polo.
Fumetti, favole, tarocchi, labirinti, pitture rupestri, geometrie industriali, collage pop, fino ai più recenti pin e insta-cities dei nuovi creatori digitali: dal whimsical al tratto disneyano con brevi digressioni nel realistico. Infinite nuove declinazioni delle Città in un barthesiano intreccio di testi e immagini. Calvino si legge e si vede.
E.B.

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L’ha ripubblicato su Tiziano Gioiellierie ha commentato:
In occasione del centenario della nascita di Italo Calvino, un piccolo viaggio attraverso la sua iconografia e nel territorio dove parola scritta e arti visive si incontrano: dalle immagini che hanno ispirato l’autore a quelle che, oggi, sono ispirate dalla sua opera, alla ricerca di un’icasticità più che mai attuale.
E. B.
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