
Se vuoi che i tuoi figli siano intelligenti, leggi loro delle fiabe. Se vuoi che siano più intelligenti, leggi loro più fiabe. Questa frase, comunemente attribuita ad Albert Einstein, esprime bene quello che, senza bisogno delle conferme della scienza, è un dato di fatto: le fiabe stimolano lo sviluppo cerebrale dei bambini, nutrono l’immaginazione, il pensiero creativo e l’empatia. Forse ne gioverebbero anche i “bambini” più grandi. Ma, innanzi tutto, cos’è una fiaba?
Fiaba o favola?
La fiaba nasce come un racconto tramandato oralmente e di breve durata; non è rivolta solo ai bambini ma, anzi, principalmente agli adulti, e narra situazioni nelle quali le persone possono riconoscersi e immedesimarsi. Contiene elementi magici e simbolici e prove da superare. Quelle dei fratelli Grimm sono in realtà fiabe antichissime, recuperate e selezionate, in certi casi adattate e edulcorate per il pubblico del loro tempo (cosa che, successivamente, ha fatto anche Disney, in gran parte snaturandole).
La favola, invece, è un brevissimo racconto che, presso i Greci e i Romani, affonda le proprie radici in miti e leggende. I protagonisti sono quasi sempre animali che rappresentano vizi e virtù umane e lo scopo è trasmettere una morale. Ne sono un esempio quelle di Fedro ed Esopo.
Roba per bambini?
Le fiabe, in origine erano cruente, violente, parlavano un linguaggio semplice che arrivava diretto a tutti e che fondava la sua comprensione su un sapere condiviso.
Ciò che spesso, oggi, si tende a dimenticare, è che la dimensione senza tempo, i personaggi archetipici che popolano le fiabe, parlano sempre dell’essere umano. In particolare, raccontano della sua eterna ricerca della felicità e della potenza dell’amore. Ricordano che la felicità si raggiunge solo attraverso una profonda conoscenza del Male, ovvero una “discesa agli Inferi”, e che è necessario intraprendere questo viaggio con un’anima integra, che ne uscirà trasformata e purificata.
Grandi ideali, eh? Immagino già qualcuno storcere il naso. Eppure l’essere umano, da sempre, anela alla felicità. Il fatto che oggi sia più facile riconoscersi in scenari distopici e tutt’altro che lieti, o che “credere ancora alle favole” sia sinonimo di infantilismo, non è che la conferma di una tendenza a preparare la mente al peggio. Ottieni ciò che tolleri, giusto?
Le fiabe, al contrario, istruiscono alla possibilità del lieto fine. Il loro scopo è dare soluzioni. Insegnare che si può vivere felici, che un lieto fine non è per forza fuori dalla nostra portata. Ma anche che non è lamentandoci che lo potremmo raggiungere. Gabor Maté, nei suoi saggi, insiste sull’importanza di costruire, nei bambini, il sentimento di amore e sicurezza prima della consapevolezza che la realtà non è quasi mai giusta e a lieto fine.
Di principi, principesse e lupi cattivi, molti non vogliono più sentir parlare. Io stessa, amante dei lupi, riconosco che lupi “cattivi” e cacciatori “buoni” non fanno parte del mio immaginario. Finché qualcuno non me li ha spiegati bene e mi ha mostrato che le fiabe, quelle vere, antiche, sono popolate di archetipi (meglio rispolverare Jung!). Questa persona è Mirella Santamato, scrittrice e profonda conoscitrice della materia, alla quale devo l’ispirazione di questo articolo.
Simboli e archetipi
In Morfologia della Fiaba, Vladimir Propp spiega che “in un certo reame, c’era una volta” è una formula per dire “ovunque, tutte le volte”. La fiaba narra una storia nella quale chiunque, in qualunque epoca, si riconoscerà sempre. Lo stesso vale per “e vissero per sempre felici e contenti”: non tutte le fiabe si concludono così, solo quelle iniziatiche. Quelle dove il Potere è sconfitto dal Vero Amore, l’energia più sovversiva e pericolosa che esista. La vera fiaba finisce bene perché insegna che il lieto fine non è, e non deve, per forza essere “roba da bambini”.
Quando Mirella mi ha spiegato la fiaba di Cappuccetto Rosso ho capito che dimenticare saperi comuni e ancestrali porta a vedere il mondo come attraverso il buco della serratura: una visuale limitata, parziale, distorta e fraintendibile. Una grammatica e un vocabolario universalmente condivisi, spogliati del loro simbolismo archetipico, perdono il loro potere comunicativo. È così che le fiabe (almeno quelle sopravvissute a incendi storici come quello della Biblioteca di Alessandria e agli autodafé) sono davvero diventate “storie per bambini”.
Eppure, Cappuccetto Rosso, a ben vedere, è una bambina (ovvero la parte dell’anima femminile e creatrice, pura e innocente) che disobbedisce (si ribella) alle raccomandazioni della mamma e si addentra nel bosco (archetipo del sentiero oscuro, dell’inconscio popolato di mostri). È incappucciata, cioè la sua testa è coperta: i suoi sensi sono ancora obnubilati e imbavagliati.
Il lupo cattivo è un antichissimo archetipo dell’uomo-bestia, la parte cattiva dell’anima che divora e assoggetta. Significa aggressione, violenza, costrizione, distruzione. Rappresenta anche il Potere, il dominio attraverso l’inganno. Da notare che CATTIVO viene da captivus, prigioniero: la cattiveria, quindi, è mancanza di libertà, che vuole privare della libertà anche il prossimo. Quanti “lupi cattivi” riconosciamo nella nostra realtà? L’uomo-bestia non ha dunque nulla a che vedere con il povero lupo bistrattato e martirizzato in alcune regioni italiane: è l’uomo privato della sua parte nobile, illuminata, superiore. È l’anima che non è in grado di amare, oppressa da ignoranza e paura. Il suo opposto è, a livello archetipico, il cacciatore (il cacciatore di mostri, lo sciamano, l’uomo che libera): egli sente le urla (la denuncia, la ribellione) di Cappuccetto Rosso (divorata, ma integra) e corre a salvare lei (trasformata e consapevole) e la nonna.
La prova iniziatica ha richiesto l’attraversamento del Male, il superamento della paura, con l’anima integra. La purificazione, la trasformazione così ottenuta rende l’anima nobile: principesca. Ed ecco perché, spesso, nelle fiabe, i protagonisti sono principi e principesse, anche quando si presentano vestiti di stracci: la nobiltà che evocano è quella d’animo, non di sangue. La bellezza è quella dell’anima. E la magia è la capacità degli esseri umani di realizzare i propri sogni. Così, la storia suona diversa, vero?
Per scoprire l’origine cinese di Cenerentola e cosa significano mele, matrigne, specchi magici e sonni dell’anima, suggerisco i libri della bravissima Mirella, tra cui Iniziazione segreta alla felicità.
Tornare alle fiabe
Ma, quindi, cosa dovremmo fare? Tornare tutti a leggere fiabe? Neil Gaiman, citando G. K. Chesterton, ha scritto: Le favole non dicono ai bambini che i draghi esistono. Perché i bambini lo sanno già. Le favole dicono ai bambini che i draghi possono essere sconfitti. Le fiabe ci preparano ad affrontare le paure della vita. La pensava così anche Italo Calvino, curatore della monumentale raccolta Fiabe italiane, pubblicata nel 1956. Secondo lui sono “il catalogo dei destini che possono darsi a un uomo e a una donna”: ogni fiaba è una variazione sul tema della vita, della crescita, della prova, della trasformazione. E Gianni Rodari, che ne aveva una visione più pedagogica, le considerava fondamentali per lo sviluppo della personalità, del pensiero critico e della libertà del bambino, poiché leggerle, ma anche crearle, stimola l’immaginazione e l’immedesimazione.
La fiaba non nasce come evasione ma come un modo per esplorare il mondo e cambiarlo, e per farlo è necessario osare, creare, attraversare il bosco, sfidare la strega cattiva, restare integri e risvegliare l’anima. Allora sì, come ha scritto Kafka, non esistono fiabe non cruente. Tutte le fiabe provengono dalla profondità del sangue e dell’angoscia. Forse è ora di prenderle più sul serio. E di iniziare a pensare che un lieto fine possa essere alla nostra portata.
(E. B.)