Studiare è un gran casino

Gli studenti arrivano all’università e scrivono tesi con errori da terza elementare. È quello che dicono oltre seicento docenti in una lettera aperta al Governo nel 2017. Dall’altra parte, però, c’è chi fatica a tenere il passo: difficoltà di concentrazione, testi che non si capiscono, tempo che non basta mai. Memoria: non pervenuta. E spesso, l’effetto va oltre i voti: ansia, insicurezza, frustrazione, e l’interesse si spegne. Nell’annosa (e sterile) battaglia che contrappone chi dà la colpa ai giovani, al sistema scolastico, o ai genitori, una cosa è certa: oggi è più facile chiedere aiuto a ChatGPT che ritrovare la voglia di aprire un libro. E molti ragazzi rimangono indietro.

Dopo questa bella dose di notizie negative, però, perché non vedere cosa può fare, ognuno, per provare a migliorare? L’articolo non ha la pretesa di risolvere un problema così complesso, ma solo di suggerire qualche spunto e qualche lettura che possano favorire il desiderio di fare qualcosa piuttosto che… fare la fine di chi aspetta che qualcuno lo faccia per noi.

Houston, abbiamo un problema

Una buona parte dei problemi legati allo studio possono essere collegati a carenze in diversi aspetti:

Comprensione, ovvero difficoltà a capire il significato di un testo, e di conseguenza la capacità di metabolizzarlo, elaborarlo in modo critico, sintetizzarlo. Ne risulta un atteggiamento passivo che può generare frustrazione, insicurezza e disinteresse.

Memoria: si legge ma non ci si ricorda cosa si è appena letto.

Attenzione: è spesso l’origine dei due problemi sopracitati. Le continue interruzioni e distrazioni, la concentrazione non profonda e di breve durata sono caratteristiche del lettore del nuovo millennio.

Tempistiche: tra difficoltà, interruzioni, riletture, pause, cosa accade? I tempi di lettura si dilatano, si rimanda. In sostanza: tanta fatica e zero risultati.

Leggere nel 2025: si può fare!

L’analfabetismo non esiste più, ma la capacità di leggere BENE è spesso in modalità aereo. Sembra scontato, ma leggere è la base dello studio. Qualcuno potrebbe stupirsi di quanto possano cambiare i risultati se si cambia l’approccio alla lettura. Prima di tutto vanno curati tempo, modo e luogo. Cioè?

Tempo. Meglio leggere una volta, ma bene. È importante programmare delle pause, indicativamente 10 minuti ogni 50, o 5 ogni 25 se senti di non riuscirci.

Luogo. È di grande aiuto: sedersi in modo corretto e in posizione attiva (no posizioni improbabili tipo svaccato sul divano, sulla cyclette o mentre scoli la pasta); mantenere una distanza corretta dal libro per ottimizzare il processo di lettura che consente di trasmettere le informazioni dagli occhi al cervello; eliminare qualunque fonte di distrazione e rumore attorno a te (inutile dirti a cosa mi riferisco); assicurarsi di avere una corretta illuminazione. E, se proprio vuoi mettere la musica, scegli qualcosa di lento e solo strumentale anziché il metal (che va benissimo, ma quando hai finito).

Modo. Predisponiti mentalmente: devi essere presente al 100% e il tuo atteggiamento deve essere attivo: il testo non è una tortura da subire ma un luogo da esplorare.

Se te lo stai chiedendo: evita la lettura su schermo. È dimostrato essere molto meno efficace rispetto quella su carta. E se ti preoccupi di non essere green, sappi che un libro dura decenni, si passa di mano, si annota, non ha bisogno di batterie né aggiornamenti e, dal punto di vista energetico, alla fine è più sostenibile di un dispositivo elettronico (pensa invece che una singola query a ChatGPT consuma circa 2,9 Wh, dieci volte più di una ricerca Google).

Se tutte queste raccomandazioni da signorina Rottenmeier ti sembrano noiose sappi che non sono farina del mio sacco ma si tratta di evidenze scientifiche e non mi preoccuperei di farti questo pippone senza solide basi.

Leggere a caso: anche no. Che ne dici di un metodo?

Nel corso del XX secolo, diversi studiosi di neuroscienze hanno sviluppato dei metodi di “lettura efficace”, i più noto sono: SQ3R, PQRST, KLW.  No, non è la password del mio Wi-Fi. Sono le sigle delle principali strategie di lettura efficace. Non si tratta di chissà quali metodi da guru dell’apprendimento o di consigli per “diventare genio in trenta giorni”. Si tratta di perdere le cattive abitudini e apprenderne di nuove, un po’ come quando ci si mette a dieta e si va in palestra. Si tratta di allenamento, impegno, costanza. Senza entrare nei dettagli, tutti questi metodi hanno un aspetto in comune: distinguono, nella lettura, due fasi.

Una fase esplorativa, che comprende una sorta di “riscaldamento” durante il quale si attivano i circuiti neuronali: si analizzano i paratesti (sommario, titoli, sottotitoli, immagini, didascalie, grafici) e ci si interroga sulle risposte che si stanno cercando, predisponendosi a trovarle. Si esegue una rapida scansione visiva del testo.

Una fase critica, durante la quale si legge il testo in modo immersivo e attivo, a caccia di parole chiave e frasi dall’alta densità semantica. È la fase in cui è altamente consigliato l’uso di un indicatore (può essere la punta della matita o l’evidenziatore, aiuta l’occhio a mettere a fuoco e il cervello a focalizzare); in cui bisogna sottolineare (e ricorda cosa ha detto Umberto Eco: i libri si rispettano usandoli, non lasciandoli stare) e in cui, al termine della lettura, si rielabora il contenuto.

Come? Attraverso gli schemi. Che non sono un optional come la vernice metallizzata sulla Panda. Non importa quale tipo di schema tu scelga: l’importante è che sia TU a farlo. Perché? Perché la sua stessa creazione è parte del tuo processo di ri-elaborazione personale e critica del testo. Ti aiuta a sintetizzare, gerarchizzare e memorizzare le informazioni attraverso il dual coding, ovvero un linguaggio che unisce due modalità cognitive, quella verbale e quella visiva, che insieme rafforzano la memoria.

Solo successivamente si può procedere con la fase di TEST (anche qui ci sono diverse soluzioni praticabili): serve per auto-valutarti, per capire se devi recuperare certe parti e per fissare le nozioni nella memoria a lungo termine. Una di queste è la tecnica Feynman, il cui succo è: prova a spiegare i concetti che hai studiato con parole semplici, come se parlassi a un bambino. Se non ci riesci, non li hai chiari abbastanza.

Tutto questo ti sembra più faticoso e difficile? Spoiler. Sì. Specialmente all’inizio. Ma… non puoi superare gli ostacoli che eviti (Michael Jordan).

Qualche parola in più sullo scrivere in corsivo

L’articolo potrebbe anche chiudersi qui, ma questa seconda parte è dedicata a abitudini buone e cattive che, più o meno direttamente, hanno importanti conseguenze (anche) sullo studio. E visto che non ti ho rotto abbastanza le scatole con l’importanza della scrittura in corsivo, raddoppio.

Il mostro qui sopra non è il nipote sfortunato di Gollum. È noto come homunculus e rappresenta l’aspetto che avrebbe l’uomo se le parti del suo corpo avessero dimensioni direttamente proporzionali alla porzione di cervello dedicata al loro movimento e alla loro sensibilità. Guarda le sue mani.

La scrittura lineare in corsivo (che sarai felice di usare mentre prendi appunti a scuola o fai i tuoi colorati schemi a casa) è l’atto motorio fine più complesso che un essere umano possa compiere nell’arco della sua esistenza. Ciò che lo rende così unico è la quasi contemporaneità tra l’atto visivo-motorio e quello linguistico-verbale. Sorry, il touchscreen o la testiera non hanno questo effetto.

Per la sua forma rotonda e la caratteristica di non staccare la penna dal foglio, il corsivo si differenzia dallo stampatello a livello di attività cerebrale: è dimostrato che favorisca la manualità, la non omologazione, la creatività. La scrittura legata e corsiva stimola le aree del cervello connesse al pensiero, alla memoria, alla capacità di creare associazioni di idee, ma anche le capacità di calcolo. Breaking news: scrivere slegato e in stampatello (NB: lo stampatello minuscolo è stampatello, NON è corsivo!) stimola molto meno il cervello e, soprattutto, attiva solo l’emisfero sinistro, quello legato alla ragione e al pensiero, ma NON attiva quello destro, legato all’emotività. Per i bambini in particolare, stimolare questa parte è di vitale importanza.

Il debito cognitivo e la sovraesposizione alla tecnologia: occhio ai più giovani

Per debito cognitivo si intende il progressivo indebolimento delle capacità mentali (pensiero critico, creatività, memoria) quando si delegano troppo spesso compiti cognitivi a strumenti esterni come l’IA. L’espressione ricorda il debito tecnico nella progettazione dei software: si risparmia tempo subito ma si paga in efficienza e qualità nel lugo periodo. Un recentissimo studio del MIT Media Lab attesta che:

  • Chi scrive senza IA ha un’attivazione cerebrale più profonda e genera testi più originali.
  • Chi usa ChatGPT per scrivere ha una connettività cerebrale ridotta del 55%, con meno memoria e senso di proprietà del testo.
  • L’83% di chi scrive con IA non ricorda frasi appena scritte.
  • L’uso precoce e sistematico dell’IA genera uniformità di pensiero e dipendenza cognitiva.

Lo studio dimostra anche che un uso competente e consapevole dell’IA può potenziare alcune competenze ma non può sostituirle e si conclude con una raccomandazione: l’IA non è dannosa di per sé, ma va usata dopo aver pensato, non al posto del pensiero.

Sicuramente, la sovraesposizione inconsapevole alla tecnologia e agli schermi è ancora più pericolosa per i più giovani, tanto da poter indurre problemi come la sindrome da deficit di attenzione e iperattività (ADHD), dipendenza (dovuta alle scariche di dopamina ogni volta che si ricevono notifiche o like) o semplicemente frustrazione e nervosismo quando lo stimolo viene a mancare. È per questo che lo psichiatra francese Serge Tisseron, sulla base delle tappe dello sviluppo cognitivo ed emotivo dei bambini, ha stilato una guida educativa nota come “regola del 3-6-9-12”:

  • 0-3 anni: nessuno schermo: sviluppo sensoriale e relazionale
  • 3-6 anni: no videogiochi o tablet: spazio al gioco creativo
  • 6-9 anni: no internet senza supervisione
  • 9-12 anni: accesso graduale e guidato alla rete

Non si tratta di dire anacronisticamente NO alla tecnologia ma di arrivare gradualmente a usarla senza subirla, per il benessere (e il futuro) dei ragazzi.

Conclusione

Ho cercato di riassumere in un articolo tanti argomenti legati allo studio e alle abitudini che possono favorirlo o danneggiarlo. Mettere un piede nell’acqua non è come immergersi, ma io spero che tu ne abbia anche solo sentito la temperatura e sia un po’ più curioso di prima. Se ce l’ho fatta, sono felice. In fondo, la penso come Gianni Rodari:

Vorrei che tutti leggessero, non per diventare letterati o poeti, ma perché nessuno sia più schiavo.

(E. B.)

(Se hai bisogno di supporto per lo studio, scopri sos studio nella pagina dei servizi o contattami per avere ulteriori informazioni.)

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