Il segreto

Giovanni ha camminato dall’ufficio fino a casa per scaricare l’eccitazione: quella bellissima moto, nascosta, almeno per ora, nel garage di Luca, adesso è la sua. Luca gliel’ha venduta a un prezzo da amico e gli ha promesso di tenerla nel proprio garage finché Nadia non lo saprà.

Già, Nadia. Nel tragitto verso casa, Giovanni ha alternato l’esaltazione per la realizzazione di un sogno rimandato troppo a lungo allo studio delle tattiche da adottare per dirlo alla moglie: ha immaginato gli scenari possibili, ha valutato le parole da usare e si è disegnato mentalmente la scaletta da seguire.

Porta di casa, chiave nella serratura, un profondo respiro. Via. Incrociamo le dita. Giovanni getta il mazzo di chiavi sul mobiletto dell’ingresso. Il rumore evidentemente richiama Nadia, che dice dalla cucina: «Ciao, tesoro.» Come da copione.

«Ciao.» Giovanni dà alla sua risposta il tono più monocorde e incolore possibile. Entra in cucina, la bacia al volo e lascia cadere la giacca su una sedia.

«Non lì,» risponde a memoria Nadia, «si stropiccia.» Poi si addolcisce appena. «Distrutto?».

«Mmh.» Con un mugugno Giovanni ottiene di non rispondere e non mentire.

Nadia raccoglie la giacca, esce dalla cucina e rientra quasi subito con una montagna di bucato che getta sopra un’altra montagna di bucato, in una grande cesta di vimini. Indossa la solita maglietta e la solita tuta. In mezzo alla cucina ci sono l’asse da stiro e una bolla di caldo africano. Giovanni apre lo sportello del frigorifero, prende una birra fresca e se la preme sulla fronte. Temporeggia. Vorrebbe brindare con sua moglie, brinderebbe con tutto il condominio, ma non può. «Che giornata…» sorseggia la birra dalla bottiglia e studia il volto di Nadia «al lavoro è sempre peggio.»

Nadia ha cominciato a stirare la maglietta rosa di Martina. Sicuramente sta pensando a Martina, la nonna si sarà ricordata che stasera vanno a prenderla alle otto?

«Ormai ci si sveglia pensando al lavoro e si va a letto pensando al lavoro. Sono sempre più stanco.»

Nadia piega la maglietta e ne prende un’altra dal mucchio.

Giovanni si strofina il mento leggermente barbuto e deglutisce. Alza di mezza tacca il tono della voce. «Non credi che mi meriterei un regalo? Voglio dire, non faccio che lavorare, da quando sei in maternità faccio anche i sabati per guadagnare di più.» Così dicendo, disegna sulla sua faccia l’espressione più innocente che conosce.

Nadia colpisce col ferro il bordo metallico dell’asse da stiro. «Adesso sarebbe colpa mia che sono in maternità?»

Giovanni si irrigidisce sulla sedia. Idiota, sono un idiota. «Ma no tesoro, anzi! Dico solo che mi meriterei un regalo. Anzi, te ne meriteresti uno anche tu! Che c’è di male a gratificarsi un po’?»

Nadia torna a stirare in silenzio come se avesse sentito qualcosa di troppo stupido per rispondere. Poi ci ripensa. «Quali gratificazioni vuoi? Non bastano i tuoi figli?» L’entusiasmo di Giovanni sta mutando in terrore.

Nadia appoggia di nuovo il ferro, mette via un’altra maglietta, prende un gomitolo di bavaglini azzurri e li ripone con movimenti marziali uno sull’altro, i bordi in geometrica corrispondenza. Giovanni beve un sorso un po’ più lungo.

«Amore, come puoi dire una cosa simile? Certo che sì, voi siete tutto per me… ma nella vita uno… non credi… Qualche soddisfazione, ecco. Come un vestito per te, una sera al ristorante… capisci?» Nadia alza le spalle e incurva il labbro inferiore in una smorfia che sgretola le ultime speranze di Giovanni. «Adesso abbiamo altre priorità.»

«Sì ma…» Giovanni ingoia un boccone d’aria. «Io ho bisogno di sfogarmi ogni tanto, di un po’ di tempo per me. Ho bisogno di un giro in moto, ad esempio.»

«Giovanniiii,» risponde Nadia allungando le vocali come fanno le maestre con gli alunni malandrini, «ne abbiamo già parlato. Non è il momento.»

«E quando sarà il momento?» Giovanni si accorge di rispondere come un alunno malandrino.

Nadia non distoglie gli occhi dalla copertina con fiorellini e rondini mentre ne sovrappone i lembi. «Sicuramente non questo.» Suona come “The end”.

«Ripetimi perché, per favore.»

Nadia assesta l’ultimo colpo di ferro e lo appoggia in verticale come al presentat’arm. «Perché dobbiamo prendere una macchina più grande per i bambini. Perché tra poco c’è la retta del nido. Perché c’è il mutuo. E poi perché tanto non la useresti.» Detto questo sposta la copertina, perfettamente piegata, in cima al mucchio delle cose stirate. Ne pesca un’altra dal mucchio delle cose non stirate, imbraccia il ferro e riparte.

Giovanni resta muto qualche secondo dopodiché non riesce a evitare di scoppiare a ridere. È ancora troppo contento per essere pessimista. Finalmente Nadia lo guarda, perplessa. Di solito a questo punto lui si arrabbia e lei dice che gli uomini sono tutti dei bambini irresponsabili. «Non la uso perché non ce l’ho, ma se l’avessi altro che se la userei!» Mentre lo dice sembra quasi divertito.

«Ma dai! E quando? La sera quando crolli sul divano?» Uno sbuffo di vapore dal ferro sembra dar consistenza alle allusioni di Nadia.

Adesso.

«Cosa diresti se comprassi la moto senza dirtelo?» Giovanni rivolge la domanda alla schiena di Nadia voltata verso i fornelli.

«Beh, questo lo vediamo.» Il tono non dà possibilità di interpretazione.

Giovanni manda giù senza più gusto l’ultimo sorso di birra fissando la schiena di Nadia con un principio d’odio.

«Ah, cambiando discorso, ti ha cercato Luca.»  Nadia si gira assaggiando un cucchiaio di minestrina. Giovanni è in apnea. «Chiede se domenica mattina vai con lui a una partita di tennis. Da quando gioca a tennis?» C’è del sarcasmo nella domanda? Giovanni non ne è sicuro.

«Ha iniziato da poco… Per tenersi in forma.»

«Ah.» Nadia si gira di nuovo verso i fornelli.

Piano B.

«Allora ho pensato di giocare con lui. Non lo vuoi un marito con la pancetta, no?» E così dicendo si dà due colpetti sulla pancia.

Nadia sposta l’asse da stiro con un braccio, con l’altro prende un grosso cucchiaio di legno e si mette a rimescolare il riso lanciando un ordine a Giovanni: «Apri la finestra.»

Giovanni si alza appoggiando le mani sulle gambe come per farsi forza, gira su se stesso e apre la finestra impreziosita dalle tendine con le fragole. Il mondo esterno inonda i suoi sensi: i vicini che preparano la grigliata, il furgone dell’elettricista con la marmitta rotta, il campanello di una bicicletta. Vorrebbe tuffarcisi subito con la sua moto.

«Sarebbe più che altro d’estate, i campi che ha trovato sono scoperti.»

Mi sento uno di quei mariti che tradiscono le mogli, è assurdo.

«Cosa? I campi?» Nadia lascia cadere il cucchiaio e si strofina le mani sul grembiule, seccata. «Ah, il tennis. Vedi che a parlare di tutte le tue scemenze mi hai fatto scuocere il riso? Sì sì, va bene, basta che torni in tempo per portarci tutti a pranzo da mia mamma, lo sai che la domenica ci tiene. Puoi apparecchiare?»

«Sì… sì, ok.»

«Cos’è quel muso lungo? C’è qualcosa che non va?»

«No. No, è che… sono solo molto stanco.» Non eri così, ma sono stanco di rinunciare. «Anzi, credo che mi farà bene andare a giocare a tennis con Luca.»

Giovanni prende un mazzo di posate dal cassetto, la prima tovaglia che trova, un mezzo rotolo di scottex e distribuisce tutto sul tavolo, pensando a domenica mattina.

racconto inedito, E. B.

(la moto nella foto è la mia, nessun segreto!)

Un pensiero su “Il segreto

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