Slice of… novelization

(Star Wars, episodio VIII. La scena si svolge poco prima della battaglia di Crait.)

L’antica miniera di Crait rimbomba di un silenzio metallico, grigio. La vecchia base ribelle nascosta nella montagna è invasa da una gelida luce gialla, che filtra dalle finestre blindate del portellone d’ingresso. I vetri sono andati rotti nell’esplosione: sembrano bocche di denti sbilenchi che inghiottono fasci di luce corpuscolare. Quello che rimane della Resistenza è tutto qui: uno sparuto gruppo di uomini e donne con le divise logore e i volti sporchi, macchine e armamenti obsoleti e impolverati, residuati della Prima Ribellione, quando la Speranza guidava i popoli di tutte le Galassie. Sembra passata un’era.

Ora i radar gracchiano e nessuno osa parlare. C’è stato prima un sibilo e poi un tuono. I vetri sono esplosi. Frammenti di soffitto e schegge del rosso minerale che forma le montagne sono piovuti come lapilli acuminati. È bastato un colpo del potente cannone di sfondamento del Primo Ordine per creare una breccia infuocata nel maestoso portellone in ferro che divide gli ultimi ribelli dall’esercito del nemico. Un fumo denso, giallo e marrone si insinua nei corridoi. Puzza di ferro fuso. Il freddo umido della montagna si mischia al caldo delle fiamme. Al di là di quella cortina sulfurea, come fossero fantasmi, si intravede uno schieramento di pachidermici camminatori imperiali. Sopra di loro, come un immenso pipistrello meccanico, è sospesa la navetta di Kylo Ren.

«Il segnale di soccorso è stato ricevuto in molteplici punti… ma nessuna risposta.» Connix è seduta a una delle postazioni radar. Non si è mai scomposta, ma la sua voce adesso è incerta, come se non si capacitasse delle proprie parole. D’Acy, china di fianco a lei, la divisa grigia dei comandanti della Resistenza, controlla lo schermo nero e muto con i propri occhi, con la speranza di scorgere qualcosa che è sfuggito al giovane tenente. Nulla. «Ci hanno sentiti… ma non arriva nessuno» risponde incredula.

Un silenzio plumbeo grava su tutti quanti. Quell’attimo eterno che precede lo sgomento. Connix e D’Acy si girano verso Leia, in pedi dietro di loro. Tutti attendono che parli. Per tutti questi anni, nei momenti peggiori, hanno cercato le sue parole di speranza, certi che ci sarebbero sempre state. Ma adesso la flotta è annientata, Rey è lontana, Han è… Il tentativo di attacco con gli ski speeder è fallito, il segnale di soccorso inviato oltre l’Orlo Esterno è rimasto inascoltato. Forse non c’è davvero più nessuno là fuori. Cosa posso dire adesso?

«Ci siamo battuti. Ma… la Galassia… ha perso tutta la speranza.» Le parole escono dalla sua bocca come se un macigno sul petto le spingesse fuori. Improvvisamente Leia sente sulle sue spalle tutto il peso di ciò che ha detto: si lascia cadere indietro, seduta su uno dei bauli metallici alle sue spalle, improvvisamente vecchia. «La scintilla… si è spenta.» E, con il bastone che la sorregge da quando si è risvegliata dal sonno di guarigione, dà un colpo a terra: un gesto di stizza più verso se stessa che verso il destino.

Nessuno osa dire nulla. Anche C-3PO, sempre così loquace, non sa dove indirizzare le due luci rotonde degli occhi senza registrare qualcosa di simile all’imbarazzo: persino lui, attraverso i suoi fasci di cavi e i circuiti elettrici, condivide la disperazione di tutti. Ma i suoi sensori percepiscono anche altro: una presenza, un’entità materializzata dal nulla e che ora, grazie alla Forza, sente anche Leia, simile all’approssimarsi di un’eco luminosa.

Una figura scura, incappucciata, si avvicina a passi lenti come sbucata dal profondo della miniera, dove sono scomparse le volpi di cristallo. Man mano che si avvicina, una piccola fiamma torna a bruciare nel cuore di Leia: un calore che non sente da tanto, tantissimo tempo, che aveva chiuso in uno scomparto della memoria destinato al dolore e al perdono.

La figura scura si ferma davanti a lei. Quando abbassa il cappuccio di feltro, Leia sente la propria voce pronunciare il nome che non avrebbe mai immaginato di poter pronunciare di nuovo: «Luke.»

Il suo amato fratello è lì, davanti a lei. La barba e i capelli sono grigi, il volto è segnato dalle rughe, ma gli occhi azzurri sono gli stessi di quando era un giovane avventato. A differenza di allora, sono occhi tristi.

Luke le si siede di fronte e la guarda con sguardo amorevole. Nei loro volti, uno di fronte all’altra, ci sono tutti gli anni passati a combattere insieme per la Resistenza, e ci sono tutti quelli passati lontani, dopo che Luke aveva deciso di rifugiarsi su Ach-To e chiudersi alla Forza.

Luke cerca di interrompere quel silenzio ma Leia lo previene con gesto gentile della mano.  «Lo so che stai per dire… Ho cambiato acconciatura» gli dice sfiorando con un gesto aggraziato il morbido chignon dietro alla nuca. Voleva tanto iniziare così, fingendo che fosse un giorno qualunque e di essere ancora la giovane principessa di Alderaan. Luke non riesce a non sorridere. «Stai bene così.» L’affetto per lei sgorga dal suo sguardo ma dietro c’è dell’altro. «Leia… mi dispiace.» Luke non riesce a dire altro. Leia sa che quella frase lacerava il cuore del suo gemello da tanto, tanto tempo. Non ricorda di aver mai avuto rimorsi per aver affidato il suo Ben, il figlio suo e di Han, a Luke. In fondo Luke era uno Jedi, ed era lo zio di Ben. E lei era, come è sempre stata ed è ancora, il simbolo della Resistenza. Non poteva che essere così. Non è colpa di Luke se Ben ha scelto il Lato Oscuro.

«Lo so… che ti dispiace.» Leia sente scorrere fluida nel suo corpo la catarsi del perdono. «Sono contenta che tu sia qui… alla fine.» Adesso si sente sollevata. È come se fuori dalla miniera, oltre al portellone squarciato, sulla vasta distesa di sale cosparsa dei detriti dei loro speeder e sanguinante di minerale che sgorga dalle viscere della terra come da ferite aperte, non ci fosse l’esercito del Primo Ordine ad attenderli, ma solo pace.

«È per affrontarlo Leia… non posso salvarlo.» Lo sguardo del fratello è tornato quello dello Jedi. Leia sapeva che Luke avrebbe detto quelle parole ma ora che le sente fatica a trattenere le lacrime. «Ho continuato a sperare fino all’ultimo ma…» Leia scrolla la testa per scacciare un sogno impossibile. «Lo so che mio figlio è perduto.» Ha ucciso Han, e ora è là fuori che aspetta di darci il colpo di grazia. Ben non è che un ricordo.

«Nessuno è mai davvero perduto.» Negli occhi del fratello balena un guizzo dell’antico fuoco. Leia sente che Luke crede profondamente in quello che dice, è una sicurezza antica che viene da oltre le loro vite. Allunga la mano verso la sua, sapendo che è un addio. Sente il calore rassicurante della mano di Luke e qualcosa di metallico e levigato cade nel palmo della sua: quando la apre le appaiono i dadi dorati con cui Han aveva vinto il Millennium Falcon. Il suo portafortuna. È vero: nessuno è mai davvero perduto. Han è ancora qui con noi. Nello sguardo del fratello Leia percepisce il barlume di una promessa.

Luke le rivolge un cenno con la testa, come a dire: è tempo. Quindi si alza, lentamente le prende il viso fra le mani e le bacia la fronte come in una cerimonia sacra. Luke si allontana da lei con passo liturgico. Ma… cosa vuole fare? Dove va?

C-3PO non ha perso un bit di ciò che è accaduto. Nell’istante in cui il suo vecchio padrone gli passa davanti, i suoi circuiti emozionati osano un rispettoso «Padron Luke…» accompagnato da un cenno di riverenza con la testa dorata. Luke ammicca. “Vedrai!” sembra dirgli. Leia segue il fratello con lo sguardo. Poe, Finn e gli altri, ancora nascosti dietro una barricata improvvisata, la imitano increduli.

Luke si incammina verso la breccia infuocata. C’è qualcosa di solenne adesso in lui. Sembra non sentire le fiamme attorno a sé, né il fumo denso che graffia gli occhi e la gola, né la paura e il senso di inevitabilità che grava su tutto. Lento e deciso, attraversa il varco incandescente, avanza sulla pianura dilaniata e si piazza davanti all’immenso schieramento del Primo Ordine. Luke, da solo, sta sfidando Kylo Ren.

(E. B.)

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