Autoritratto. Autoscatto. Selfie.

Non ci si pensa nemmeno più: si afferra lo smartphone, si accede alla videocamera, si allunga il braccio per ottenere la distanza necessaria e si sorride rivolti allo schermo. Giusto qualche istante per allestire il ricordo: sfondo, inquadratura, espressione. Clic (lo smartphone replica il suono dell’otturatore analogico).

Siamo lontani dall’autoritratto di Van Gogh (qui si sfiora la blasfemia) eppure qualcosa in comune c’è: la consapevolezza di ritrarre se stessi. E l’implicito sdoppiamento in autore e oggetto, osservatore e osservato. Cambiano il secolo, la tecnica, il linguaggio… e, nel caso specifico, il valore artistico dell’opera, ma resta la volontà di creare un’immagine di sé.

Dal 1889, anno dell’autoritratto del pittore olandese, all’era dei selfie ne è passata di acqua sotto i ponti. In particolare sono accadute due cose: una si chiama psicanalisi, con la conseguente tendenza all’introspezione; la seconda, quasi contemporaneamente, è stata l’avvento della fotografia, prima, e del cinema, poi. L’occhio dell’apparecchio fotografico e della macchina da presa sono diventati i nuovi medium del racconto e dell’auto-racconto: la loro evoluzione tecnologica ha generato nuovi modi di esperire la realtà e se stessi, nuovi linguaggi, e questo ha indotto sotterranei cambiamenti culturali. Insomma, “nulla si crea, nulla si distrugge, tutto si trasforma”: quando cambia il linguaggio cambia la comunicazione e questo influisce sui soggetti della comunicazione. Per dirla in termini barthesiani, medium, operator e spectator si rinnovano profondamente.

Il modo di pensare la propria identità cambia (anche) in funzione dello strumento che usiamo per ritrarla. Suona come un’estensione visiva della teoria della relatività linguistica di Sapir-Whorf, in base alla quale la struttura di una lingua influenza il modo in cui si percepisce la realtà. Mi affascina e inquieta l’idea che, senza che ce ne accorgiamo, la percezione che abbiamo di noi stessi e il modo che scegliamo per mostrarci (o raccontarci) possa essere influenzato.

Si iniziò quindi con la fotografia, percepita come tecnologia capace documentare scientificamente la realtà come l’arte non era in grado di fare . L’occhio meccanico, temuto, osteggiato, ammirato, venne presto rivolto all’indietro: il primo autoritratto fotografico è di Robert Cornelius, 1839. I tempi di ripresa dei dagherrotipi erano tali che consentivano di preparare la macchina e spostarsi davanti alle lenti.

Risale al 1865 l’autoritratto fotografico rotante di Gaspard-Félix Tournachon, aka Nadar. È del 1908-1909 quello di Edvard Munch. Il termine selfie non esisteva ancora ma gli uomini della Byron Company di New York, primi anni del Novecento, se ne infischiarono, e si fecero quello che è, probabilmente, il primo selfie di gruppo. Pochissimi anni dopo una nobildonna inglese posizionò la macchina di fronte allo specchio e immortalò il proprio riflesso. Lo farà anche la granduchessa Anastasia Romanova nel 1913. Queste foto non mostrano solo l’autore-oggetto ma l’autore nell’atto del ritrarsi, attribuendo valore al gesto stesso, anzi mettendolo in evidenza.

Dopo le prime, pionieristiche, fotografie, la lista è infinita: Man Ray, André Kertész, Ilse Bing, Diane Arbus, Andy Warhol, Nick Veasey, fino agli space-selfie di Buz Aldrin nel 1966 e Aki Hoshide nel 2012, per non tacere il caso Vivian Maier, che va a caccia del proprio riflesso in vetrine, specchi, pozzanghere (a quando un biopic di questa tata inquietante?).

Nel 1963 Beckett scrisse Film, una pellicola di ventidue minuti in cui Object, il protagonista (interpretato da Buster Keaton), scappa da un misterioso inseguitore, Eye. Object si rifugia in una stanza vuota ma ha ancora la sensazione di essere spiato: allontana qualunque cosa, oggetto o animale, abbia gli occhi. Sfinito, si abbandona su una sedia a dondolo. In quel momento lo sguardo è su di lui: si sveglia sgomento. L’inseguitore è lui stesso. Nessuno può fuggire al proprio sguardo su di sé.

Sono ormai lontani i tempi in cui solo gli artisti e i nobili potevano permettersi un ritratto fotografico; altrettanto lo è l’era analogica, quando lo sviluppo della pellicola era una gestazione vincolante. Il digitale è tendenzialmente economico, accessibile, democratico. Ed elimina il problema di non sprecare gli scatti, il che ha condotto all’iper-fotografia. Non si guarda più nel mirino ma nello schermo, si vede in diretta la fotografia che verrà. Questo consente di allestire in diretta l’autoritratto, perché di questo si tratta: allestire la traccia di un momento, mettere in scena un’impronta di se stessi. E abbandonarla.

C’è sempre una scelta personale che pre-esiste allo scatto, che si tratti di autoritratti o paesaggi, un vissuto e uno stato d’animo privati che si insinuano nell’istante che precede il clic. Una volta Wim Wenders scrisse: “si pensa sempre che ciò che viene strappato al tempo si trovi davanti alla macchina fotografica ma non è del tutto vero. Fotografare è un atto bidirezionale: in avanti e all’indietro. […] Una fotografia è sempre un’immagine duplice: mostra il suo oggetto e, più o meno visibile, dietro, il controscatto: l’immagine di colui che fotografa al momento della ripresa.”

Quello che sarebbe interessante sapere è: chi vediamo quando torniamo a guardare l’immagine, lo scatto o il controscatto?

(E. B.)

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