Qual è il fascino di un luogo abbandonato? Cosa trasmette? Ci sono luoghi che sono così carichi di storie da raccontare che se ne sente l’odore. Luoghi che un più o meno lontano “è stato” ha impressionato come una fotografia, lasciandone solo lo spettro.
Il fascino delle rovine
Fu il periodo romantico a inaugurare la passione per le rovine e la ricerca archeologica. Il Gran Tour era l’occasione per contemplare le vestigia del grande passato classico e medievale, ma in quei ruderi, per molti, c’era dell’altro: c’erano emozioni. Non quelle rassicuranti e dolci procurate dal bello e dal grazioso, ma quelle che Burk aveva racchiuso nel concetto di sublime: i castelli diroccati, le abbazie sventrate e gli alberi contorti dei dipinti di Gainsborough e Friedrich sono lì, oggi, a palesare quella vertigine dove terrore e piacere si mescolano, paura e malinconia si fondono. Il sublime è qualcosa che turba, eccita e fa meditare.
Siamo cambiati molto da allora? Sembra che il gusto per i ruderi non sia andato perduto (come nulla, nella Storia, è realmente perduto) ma si sia trasformato ed evoluto. La versione 2.0 del rovinismo romantico è l’abbandonismo (abandonalism in inglese). Ma non è proprio tutto uguale.
Abbandonismo: cos’è?
Il concetto stesso alla base del neologismo suggerisce che l’accento si sia spostato dal luogo in sé e dal suo stato di testimonianza alla condizione di assenza, perdita. Anche i luoghi da visitare sono diversi: non si tratta di ammirare con rapito turbamento i resti di un glorioso passato, ma della passione per la decadenza. Abbandonismo è calpestare strutture fatiscenti e spazi riconquistati dalla natura nei quali la desolazione è distopica e confortante insieme. Il sublime si è trasferito nelle visioni disturbanti di una realtà che casca a pezzi e brandelli, o nella presenza fantasmatica di stralci di vite ormai estinte.
L’hashtag #abandoned ha superato i dieci milioni di post e il Grand Tour è stato sostituito dalle indagini degli urban explorer, moderni Indiana Jones a caccia di relitti, che si introducono, talvolta a loro rischio, in queste isole fuori dal tempo. Non cercano tesori da rubare ma emozioni da contemplare, come fa James Kerwin che dal 2013 immortala palazzi decadenti in Europa e nel resto del mondo.
Gli ambienti domestici, con i loro intonaci scrostati, le stoffe logore, i pianoforti scassati che languono in stanze vuote, raccontano le storie più intime: sono ciò che resta di ville e château appartenuti a famiglie aristocratiche cadute in disgrazia o a industriali falliti. Spazi troppo grandi e costosi da mantenere e che la sfortuna, la giustizia o la malattia hanno portato all’abbandono: la transitorietà delle cose è democratica. Restano quadri sbilenchi, gelidi camini, pile disordinate di libri ingialliti e carte da parati da romanzo di Jane Austen. Mondi paralleli inghiottiti dalla vegetazione, ai confini della società, dove i rumori delle strade non arrivano più.
File di sedie vuote e impolverate attendono invano gli spettatori in cinema e teatri coperti da un polveroso silenzio e nei parchi divertimenti le ruote panoramiche sono immobili e i seggiolini delle giostre dondolano vuoti, senza schiamazzi.
Ci sono fabbriche, ospedali, manicomi, prigioni, edifici destinati a brulicare di vita, rumore e odori dove ora il silenzio disorienta e la ruggine divora macchine spente e letti vuoti. C’è un che di confortante nel vedere i luoghi di alienazione o sofferenza riconquistati dalla natura e scoprire che il tempo passa anche se non ce ne rendiamo conto.
Alcuni siti sono stati abbandonati improvvisamente a causa di eventi naturali cataclismatici: è il caso, di Plymouth, Monserrat, la Pompei dei Caraibi, evacuata prima di un’eruzione vulcanica nel 1997, dove ora i tetti delle case spuntano come tombe nel mare di lava solidificata; o come il Six Flags di New Orleans, dove ancora penzolano le insegne “closed for storm” esposte di fretta prima dell’arrivo dell’uragano Katrina: le montagne russe si stagliano come un gigantesco scheletro in mezzo alle erbacce, fotografate dagli amanti dei creepy luna park.
In Italia c’è Craco vecchia, importante feudo medievale non lontano da Matera. Iniziò a svuotarsi nel 1963 a seguito di una frana e in pochi anni si svuotò. È rimasta così: le case arroccate al torrione e tante finestre che si aprono qua e là come occhi incastonati nell’argilla. Appare in Cristo si è fermato a Eboli e nella Passione di Cristo di Mel Gibson.
La guerra ha generato molti spettri. Le fortezze marittime di Maunsell, pachidermiche piattaforme che figurerebbero bene in una galassia di Star Wars, sono state costruite sull’estuario del Tamigi per proteggere la Gran Bretagna dai raid aerei tedeschi. Le torri rimaste hanno successivamente ospitato una radio pirata all’inizio degli anni Sessanta, almeno finché il Marine Offenses Act non ha vietato le trasmissioni offshore. Altri luoghi raccontano ben più tragici eventi, come Oradour-sur-Glane, nell’Alta Vienne: durante l’occupazione francese, i maquisards uccisero un comandante delle SS. I Tedeschi, per rappresaglia, trucidarono 642 persone, compresi donne e bambini, quindi bruciarono tutto. Al termine della guerra, de Gaulle scelse di mantenere l’intero villaggio in quello stato: grigio, plumbeo, cupo monumento a futura memoria.
La “febbre dell’oro”, scenario delle avventure di Charlot e di un giovane Scrooge McDuck, non ha colpito solo il Klondike ma anche la California, dove sorge il villaggio fantasma di Bodie. Sorto dal nulla tra il 1876 e il 1879, in poco tempo raggiunse i diecimila abitanti. Il villaggio divenne famoso come covo di peccatori, giocatori d’azzardo e prostitute, come da copione. Ma nel 1910 l’oro finì e nel 1942 l’ultima miniera venne chiusa. Restano case di legno, assi penzolanti e strade polverose, oggi mantenuti in stato di arrested decay, un’espressione che avrebbe intrigato Oscar Wilde.
Esistono anche città fantasma molto più grandi e recenti, frutto della speculazione edilizia e di investimenti andati male: Ordos è una delle megalopoli cinesi progettate per ospitare un milione di persone ma che ben pochi si sono potuti permettere. Foreste di grattacieli di cemento si stagliano su ampie strisce d’asfalto deserte. Ogni tanto appare un’automobile o uno sparuto pedone, sagome in uno scenario dechirichiano. L’abbandono privo di vissuto.
Luoghi che indignano, commuovono, spaventano, sicuramente che non lasciano indifferenti. Bolle di silenzio che trasformano il tempo in superficie tangibile.
L’abbandono livella i destini. È la contemplazione della caducità di tutte le cose, della poesia che si cela nella fragilità umana.
E.B.

Pingback: una sosta nel blog – clockword
Pingback: Dal rovinismo romantico all’abbandonismo contemporaneo – Tiziano Gioiellieri